Diario di Lathìel, Appunto numero VIII

Posted in Fantasy, Lathìel on 16/06/2009 by enharioth

16 xxxx xxxx, sera

L’esplorazione delle caverne pare più difficile del previsto. Ora sto scrivendo alla luce del bastone magico di Erik, dentro una caverna di un orso che abbiamo sloggiato. Non avrà problemi per trovarsene una nuova.
Le altre caverne si sono rivelate antri veramente pericolosi, con zone allagate e infestate da creature mostruose. L’ultimo ingresso ci porta ad un sotterraneo scavato nella roccia e piastrellato, probabilmente creato da mani di carpentieri e muratori esperti. Qui troviamo e combattiamo i ragni giganti di cui parlava il capo hobgoblin. Queste creature sono avversari temibili, essendo in grado di di iniettare nelle ferite inferte del veleno paralizzante che intorpidisce i nostri muscoli.
Non sono sicuramente giunti qui da molto tempo. Dentro dei grossi bozzoli di ragnatela, abbiamo trovato diversi cadaveri umani, che indossavano indumenti da esploratori e tagliaborse. Alcune sale erano grezzamente arredate, e in una abbiamo trovato dei forzieri abilmente chiusi e protetti da trappole, con delle refurtiva di valore. Evidentemente, questo era un covo di ladri, prima che i ragni decidessero di stabilirsi qui.
Ma c’è qualcosa di ancora più temibile. Nella stanza del forziere, da una feritoia, è spuntata una zampa artigliata della lunghezza di oltre sei metri, che si è conficcata nel muro opposto. Quale creatura può raggiungere dimensione del genere?

Ora, sdraiato a fianco ai miei compagni, mi accorgo che mancano sia Arrhenius che Nalia. Che fine hanno fatto? Devo svegliare gli altri!

Diario di Nod, Capitolo I

Posted in Fantasy, Nod on 08/06/2009 by enharioth

12 Eyre, anno 998

Sono cinque anni che non scrivo più in questo diario. Ma qualcosa forse sta cambiando nella mia vita, e qualcosa mi spinge a ricominciare a scrivere. In questo tempo, ho appreso così tanto dai miei maestri da sentirmi inebriato di sapere. Le mie conoscenze nel campo dell’illusione hanno finalmente raggiunto un livello apprezzabile, perlomeno teoricamente. Purtroppo, il mio corpo non vuole saperne di migliorare. La tosse scuote spesso le mie membra, e l’emicrania mi tormenta per ore. Ma sento di dover andare avanti. Da tanti anni sogno di sopperire alle mancanze del mio fisico. Posso cambiare forma e viso, ma i miei dolori muscolari stringono i miei nervi comunque con forza. Prima o poi, troverò il metodo.

14 Eyre

Il barone Lansen ci ha convocati nel suo studio. È da mesi, che non lo si vede personalmente aggirarsi fra i corridoi della sua struttura. Evidentemente si deve essere ripreso dall’incidente nel suo studio. Sono curioso di incontrarlo, anche per sapere qualcosa in più su quello che gli è successo. Ma non credo ne parlerà.

Raggiungo Li, l’altro cangiante della torre, e assieme ci avviciniamo al grosso portone che ci separa dalle stanze del barone. All’interno, oltre a lui, vi sono anche due persone che conosco abbastanza bene. Sono due ricoverati delle sale ospedaliere della torre. Il primo è l’umano Tamior, affetto da una strana malattia magica. Tende a sfasarsi da questo piano di esistenza involontariamente. Dopo qualche minuto ritorna indietro in questo piano, ricoperto di ferite. Mai sentita una cosa del genere.

L’altra persona è Gilraen, una elfa paladina, affetta da una forte amnesia. Non ricorda cosa sia successo durante la guerra, probabilmente dopo aver subito un forte trauma. Tra i due ospiti sta il barone, splendidamente vestito e con le mani dietro la schiena. Stranamente non nasconde il suo viso, orrendamente sfigurato. Una parte della sua faccia sembra lucida e rossastra. Sotto la pelle, enormi vene nere circondano zigomi, fronte e buona parte del collo, come una ragnatela pulsante.

Distolgo lo sguardo per non essere troppo impertinente, e ascolto cosa ha da dire il barone. A quanto pare vuole commissionare un lavoro a me, Li, Gilraen e Tamior. Oliam Fimble, famoso truffatore e ladro, si è rifugiato in una vecchia tenuta abbandonata a sette giorni di viaggio da qui. Deve essere riconsegnato alla giustizia, e dato che il tempo del nostro allenamento è finito, ha deciso che forse per noi era giunto di fare un po’ prova sul campo, sebbene la guerra sia ormai finita da un pezzo. Anche se non abbiamo molta confidenza o fiducia tra i presenti, accettiamo di viaggiare assieme.

Spero solo di non dovermene pentire.

Diario di Lathìel, Appunto numero VII

Posted in Fantasy, Lathìel on 26/05/2009 by enharioth

15 xxxx xxxx, Mattina.

La settimana di viaggio che ci divide dal bosco del mago Geraldt si presenta senza ulteriori intoppi. Arrivati però in prossimità della vasta distesa di alberi di Leccio, ci accorgiamo subito che qualcosa non va. Le grandi tracce lasciate sul terreno lasciano pochi dubbi. Orchi. A quanto pare, più di un clan di questa razza ha deciso di avventurarsi sino a qui, come ci era stato detto da Mongard. Cerchiamo allora di addentrarci nella foresta stando più lontano possibile dai loro accampamenti. Ogni tanto riusciamo a percepire qualche loro ruggito lontano, ma giungiamo all’ingresso della grotta senza difficoltà.

La caverna del mago è chiusa da uno spesso portone in acciaio, splendidamente intarsiato da rune e sigilli. Dalla fattura e lo stile, si direbbe proprio che sia opera della mia gente, ne sono quasi certo. Dopo una scrupolosa ricerca di trappole, bussiamo alla porta della caverna. Dopo qualche minuto, ci riceve uno stizzito ragazzo umano con una armatura completa rossa e un mantello bianco. I suoi capelli sono rossi e lunghi lasciati liberi sulle spalle, e i suoi occhi di un verde acceso. Dopo esserci presentati, riusciamo a farci ricevere dal mago.

Varchiamo la soglia e procediamo lungo un corridoio illuminato da torce verso una ampia caverna riccamente adornata da arazzi e teche di cristallo. Quello che però più colpisce è la grande libreria ricolma di tomi e pergamene. I maghi del nostro gruppo fremono allo scorgere tanto sapere, come dei lupi che avvistano delle pecore indifese.

Dopo qualche istante il giovane ci annuncia al suo padrone e ci fa cenno di sederci alle poltrone di fronte a quella del mago. Una volta seduti, Geraldt ci accoglie formalmente e con un vago accenno di scherno e disprezzo tipico credo dei maghi anziani ci fa segno di accomodarci.

Gli spieghiamo rapidamente il nostro problema, ovvero se è in grado di poterci dire chi è il traditore tra noi o chi sta operando per mano sua e se c’è qualcuno che controlla le nostre azioni.

L’arcanista ci sorride con fare quasi malevolo e ci propone due strade, una lunga e una breve.

La lunga, consiste nell’eliminare un clan di hobgoblin che si è stanziato ad un giorno di cammino da dove ci troviamo. Dobbiamo uccidere tutti, compresi donne, bambini e anziani e dare fuoco all’accampamento. Dopo qualche secondi di sgomento (non tutti, ahimè) da nostra parte, chiedo se fosse possibile invece semplicemente allontanarli dalla zona, ricevendo risposta affermativa. Infine ci propone la via breve che consiste semplicemente nel…tagliarmi un orecchio!

A quanto pare serve al mago per qualche suo esperimento, o forse per una sua perversa collezione personale.

Ovviamente rifiuto nel modo più assoluto una cosa del genere, dicendo al mago che intraprenderemo la strada lunga e che avrà presto nostre notizie.

Abbandonato questo luogo ormai per me sinistro, ci mettiamo in viaggio verso l’accampamento degli Hobgoblin.

16 xxxx xxxx, Pomeriggio.

Dopo un giorno di viaggio, raggiungiamo una piccola collinetta, in modo da avere una visione completa dell’accampamento dei goblinoidi e della vegetazione circostante. Dobbiamo però studiare anche l’accampamento dall’interno, ma introdursi senza protezione sarebbe troppo pericoloso. Grazie alla magia di Erik divento invisibile e mi appresto a raggiungere l’insediamento, perché ho a disposizione solo 3 minuti prima che l’effetto dell’incantesimo cessi.

Per fortuna una pattuglia stava uscendo in quel momento dal campo, e riesco ad intrufolarmi per dare una occhiata.

L’accampamento hobgoblin è protetto da palizzate alte 3-4 metri circa, sovrastate da 8 torrette di avvistamento in legno. Ai piedi dei pali si trovano le enormi tende del clan, che immagino possano accogliere una decina di persone l’una, se non di più. Al centro si trova un patibolo dove tre corpi umani sono stati impiccati e lasciati lì, a gradimento per i corvi.

Osservando bene vedo che i tre cadaveri hanno le spille degli uomini che avevamo incontrato in uno dei nostri primi viaggi. Queste persone facevano parte di una oscura gilda dedita al furto e all’assassinio, per cui hanno sicuramente meritato il loro destino.

Faccio rapidamente marcia indietro prima che il cancello della palizzata si chiuda, e raggiungo i miei compagni prima di tornare visibile.

Racconto tutto quello che ho visto, e una volta organizzati, ci dirigiamo verso l’accampamento, in modo da incrociare una loro pattuglia.

Nel mentre cerco di ricordarmi gli usi e le abitudini di questa razza. Gli hobgoblin sono una razza molto più intelligente dei loro cugini goblin, simili agli umani, e forse un po’ più crudeli. Sono organizzati in clan e hanno una gerarchia solida e rispettata, con un capo che amministra e guida il suo popolo, e più che il più forte deve essere il più intelligente. Per gli hobgoblin, la strategia di guerra e la sopravvivenza conta più della forza bruta.

Mentre penso a questo veniamo bloccati da una pattuglia di una decina di hobgoblin, che ci circondano. Questo è un punto cruciale, da ora poi tutto che diremo potrebbe essere preso come una minacca, e la situazione potrebbe volgersi al peggio.

Fortunatamente, riesco a spiegare in goblinoide che abbiamo necessità di parlare con il loro capo, e che non abbiamo intenzioni ostili. Veniamo allora condotti a nostro rischio e pericolo dentro il loro accampamento.

All’interno, ci ritroviamo tutti gli occhi del clan su di noi. La maggior parte dei maschi e delle femmine ci guardano in cagnesco e con ostilità, stringendo in mano qualsiasi tipo di arma, dalla spada alla grossa pietra. Gli unici che ci guardano con completa curiosità sono i loro cuccioli, con occhi e bocche spalancati.

Dopo qualche minuto di completo silenzio, il nostro palese disagio viene rotto dall’entrata in scena del loro capo. Alto circa una spanna in più rispetto agli altri soldati, si avvicina a noi con occhio critico, il suo falcione a due mani in bella vista riposto nella fodera dietro la sua schiena. Ci chiede con fermezza cosa siamo venuti a fare qui, stupendosi della nostra non bellicosità apparente.

Racconto al capo allora che il mago Geraldt intende radere al suolo questo accampamento, trascurando ovviamente il fatto che siamo noi i suoi emissari. Dico solo che lo abbiamo incontrato per chiedere consiglio riguarda ad una nostra faccenda e che accidentalmente siamo venuti a conoscenza del suo piano di attacco nei loro confronti.

Il capo dopo qualche secondo di silenzio dove mi squadra da capo a piedi mi rivela che loro qui ci solo da qualche tempo, che sono stati costretti a fuggire dopo che le tribù degli orchi hanno minacciato il loro clan. Mi spiega però se noi aiutiamo loro, potrebbero andarsene senza problemi da dove si trovano ora.

Ci spiega che aveva individuato un’altra possibile zona dove insediare la sua gente, ma che era completamente infestata da ragni giganti. Capisco subito dove si andrà a parare, e chiedo del tempo per parlare con il resto del gruppo. Discutiamo io e i mie compagni sulla faccenda, osservando quello che possiamo fare.

Alla fine decidiamo di aiutare il clan hobgoblin e ci dirigiamo verso il territorio montagnoso indicato dal loro capo. Dopo un giorno di viaggio arriviamo finalmente a destinazione. La zona da esplorare è una montagna in particolare, con un sistema di caverne e condotti, di cui però non conosciamo nulla. Ma queste sono le terre selvagge. È il mio mondo, e so come cavermela.

Diario di Lathìel, Appunto numero VI

Posted in Fantasy, Lathìel on 11/05/2009 by enharioth

24 xxxx xxxx, pomeriggio

Ripresi dall’incidente ci dirigiamo verso la città per comprare i viveri e tutto quello che ci sarà utile per la spedizione. All’improvviso, percepiamo un urlo in lontananza, disperato. Guardiamo in tutte le direzioni ma non riusciamo a capire cosa stia accadendo. Finalmente, io guardo in alto e vedo Menhir che precipita verso di noi ad altissima velocità. In un baleno, mi getto a terra per non essere travolto dal suo corpo, mentre Erik riesce a creare una buca magica luminescente, esattamente nel punto in cui Menhir raggiunge la terraferma. Scossi e spaventati ci avviciniamo sull’orlo del pozzo magico, da cui spuntano le mani disperate del nostro amico. Per fortuna è salvo e gli chiediamo cosa diavolo sia successo. A quanto pare Butters lo aveva teletrasportato ad una altezza più che sufficiente per ucciderlo in modo crudele e senza via di scampo, o almeno così credeva. Ormai stanchi, compiamo gli ultimi passi che ci restano per giungere a Barak Tor.

Mentre gli altri decidono di riposarsi nelle proprie case o in taverna, io preferisco rimanere fuori dalle mura, sostenendo che è più pericoloso stare all’interno. Non ho alcuna intenzione di essere alla mercé del culto o di Mongard che ci spia per puro divertimento.

L'albero del mio riposo

Dopo circa un centinaio di metri, trovo un albero che ha dei rami abbastanza grandi per permettermi di dormirci sopra. Lego una corda alla mia vita e mi sistemo sul mio giaciglio di fortuna, e finalmente mi concedo un riposo. È stata una giornata dura, ma finalmente tutto questo scompare.

Come chiudo gli occhi, entro in sintonia con il mondo, il mio mondo, e tutto il resto non conta più. Sento la vita muoversi lungo il terreno…animali e insetti che si fanno strada in cerca di cibo, e le piante che estraggono le sostanze preziose per il loro sostentamento. In lontananza, un lupo ulula il suo richiamo, in cerca del suo branco, ma non ottiene risposta. Dopo altri tentativi finalmente sente la risposta dei suoi fratelli, e poi più nulla, lasciando ad altre creature il compito di concludere la sinfonia notturna della natura…

25 xxxx xxxx, mattina

Al mattino, entro nella città e mi dirigo dagli gnomi per verificare che il mio rampino da braccio sia pronto, ed incontro Erik sulla strada, diretto anche lui alla loro dimora. L’oggetto è pronto, un po’ pesante rispetto a quello che pensavo, ma mi ci abituerò. Erik invece si è fatto costruire un bastone magico che sì può illuminare a comando, senza limiti di tempo. Un oggetto che ci sarà molto utile quando esploreremo grotte e sotterranei oscuri, anche se spero che questa occasioni si verifichino il più tardi possibile.

Mentre raggiungiamo gli altri al tempio di Hoga, Erik mi racconta che Mongard (dovrei essere stupito?) ha fatto visita a lui ed Ethan in una taverna. Per fortuna oltre a dare esempio della sua bravura e del suo “velato” senso di superiorità nei nostri confronti, ci ha dato informazioni utili riguardo al culto. Aaron Arth è solo una pedina, manovrata da qualcuno ancora più influente in città, ovvero il senatore Nylus. Ci rendiamo conto allora che smascherare ora Aaron è completamente inutile, perchè sconfitto lui non permetterebbe di cambiare nulla, bisogna colpire il vertice. Mongard conferma ad Ethan che è lui l’uomo brizzolato che ha visto mentre sacrificava la sua amica Sarah in nome di Morcar, nei sotterranei del tempio. La situazione è grave, ma almeno siamo in grado di capire, se le parole di Mongard sono vere, cosa stia accadendo. E il mio desiderio di tornare in patria si fa sempre più forte. A questo proposito, mi raccontano gli altri che a quanto pare gli Orchi si fanno sempre più audaci nel sud, spostandosi verso I territori popolati dagli gnomi e gli halfling, e che gli elfi stanno aumentando gli sforzi nel controllare la zona. Spero solo che riescano ad allontanarli senza problemi.

Con queste cattive notizie ad ottenebrare le nostre menti e incupire i nostri volti, partiamo verso il bosco dove si nasconde il mago, a circa due settimane da Barak Tor.

In Marcia

3 xxxx xxxx, sera

La prima settimana si rivela abbastanza tranquilla e rapidamente superiamo i cinque villaggi che ci separano dalle zone selvagge. Durante questi giorni il mio amico Ethan ha sistematicamente aumentato le risorse economiche dei tavernieri dei paesi, e contemporaneamente attentato all’onore (in alcune quantomai dubbio) delle eventuali prosperose figlie. Immagino che sia un modo molto umano di passare il tempo, dato che Erik non è molto distante dal suo contegno. Raphael e Menhir sono uomini di chiesa, e ovviamente (…) per loro questo discorso non vale.

6 xxxx xxxx, mattina

Il nono giorno di viaggio cavalchiamo lungo una desolata piana, quando scorgiamo in lontananza una carovana di cinque o sei carri, ferma sulla strada. Avvicinandoci con circospezione, scopriamo che è in corso un attacco da parte di una dozzina di banditi a piedi. Dopo una delle nostre classiche discussioni molto pacate su cosa si debba o meno fare, ci avviciniamo alla carovana con più attenzione possibile. I briganti paiono essere abbastanza ben organizzati, con esperienza quasi militare. Indossano tutti la stessa uniforme nera con cappuccio e la stessa spilla a forma di S dorata, che ci ricorda parecchio quella di Mongard.

Uno di questi ci nota e si avvicina a noi, chiedendoci con un certo garbo di levarci di mezzo e proseguire per la nostra strada. Dopo averlo sistemato con una certa rapidità, attacchiamo il resto degli assalitori, dimezzandoli di numero e costringendo alla fuga il resto della banda, capitano in testa.

L'attacco

I mercanti ovviamente hanno apprezzato il nostro intervento, ma dopo un breve momento di smarrimento sono rientrati nella loro mentalità, offrendoci una ricompensa da fame. Nonostante questo però decidiamo di accompagnarli sino al primo centro abitato, per evitare che i briganti possano tornare. Il fatto che fossero a piedi ci lascia intuire che il loro nascondiglio fosse nelle immediate vicinanze, e che quindi il rischio di una rappresaglia non fosse effettivamente campata per aria. Trascorriamo questi ultimi due giorni in compagnia dei venditori erranti, dividendo I turni di guardia con i mercenari assoldati da loro e dormendo nelle carovane. Finalmente raggiungiamo il piccolo paese di contadini e lasciamo la carovana al suo destino, prima che si accorgano del tentato furto di Ethan. Da un certo punto di vista non la vedo una cosa così scorretta, visto che per me tutto si riassume in un diverbio tra ladri.

Bene, ora sono un pò stanco di scrivere ed è ora di metterci in marcia. Le nuvole all’orizzonte non promettono nulla di buono…

Diario di Lathìel, Appunto numero V

Posted in Fantasy, Lathìel with tags , on 29/04/2009 by enharioth

Diario di Lathìel, 23 xxxx xxxx, mattina

Finalmente con i miei compagni ci avviamo verso la biblioteca di Barak Tor. A lungo abbiamo cercato attentamente tra i polverosi scaffali dell’edificio. A quanto pare agli abitanti della città non piace molto leggere, o molto più probabilmente, non ci hanno mai provato in vita loro.

Ed è un peccato. Scoprirebbero un po’ di più riguardo alla minaccia che dovranno affrontare, senza scampo.

Tra le varie genealogie e antichi documenti anagrafici di scarso interesse, troviamo finalmente tutta la storia dei maghi De Vir. Di Monica ne esiste una ed una sola, e non è certo una ragazzina ma una signora anziana che presiede al consiglio. Chi è allora la nostra compagna in accademia? Perché usare un nome diverso?

La sua vicinanza al culto di Morcar è probabilmente la risposta, ma ci sono ancora troppi tasselli del mosaico mancanti…e il tempo è poco.

Un altro che forse è importante e che tutti i De Vir passano a miglior vita tardi e generano prole altrettanto tardi. Cosa questo possa significare, non lo sappiamo ancora. Forse nulla.

Troviamo miti e dati storici sul famigerato Generale Nero. Pare che fosse il più potente rappresentante di Morcar in terra di quel periodo, e Skullmar era addirittura il suo allievo.

Ultimamente le cose non si stanno facendo molto semplici…

Butters e Colinar sono ancora in prigione al tempio di Black Mardock di Hoga quando arriviamo, ma Butters non ci rimarrà ancora per molto. Riesce a liberarsi facilmente dalle catene e fugge teletrasportandosi battendo semplicemente le mani. Ma come può accadere una cosa del genere? Nessun sacerdote ottiene così potere dalla propria divinità così facilmente. Ci vogliono anni di duro lavoro e ricerca, e decenni di esperienza. Invece questi maledetti seguaci del culto oscuro raggiungono il potere come se nulla fosse. Il sommo Hoga era a bocca aperta.

Colinar è stato meno fortunato, essendo stato sotto l’occhio vigile di Menhir. Gli ha spezzato le ossa delle mani prima che potesse filarsela come il suo amico. Non ha detto molto, solo confermato quello che sapevamo già. Dannazione.

23 xxxx xxxx, pomeriggio

Tornando verso l’accademia percepisco che qualcuno ci sta seguendo. Avverto gli altri e ci incamminiamo verso la prima taverna che vediamo, per spingere il nostro o i nostri “ammiratori” a fare la mossa successiva.

Erik mi rende invisibile e mi apposto nel muretto di fronte all’uscio della taverna, per individuare qualcuno di sospetto, che non tarderà ad arrivare. Una figura indefinibile ammantata di nero si dirige verso la taverna, ma prima si gira verso la mia direzione! Sembra non avermi notato, ma sta guardando dove mi sono appostato. Con una scrollata di spalle, sparisce dietro la porta della taverna.

Entrando, scopro che in realtà chi ci seguiva era Mongard. A quanto pare una delle persone più sospette della città ci propone una missione di lavoro che ci permetterebbe di smascherare Aaron Arth di fronte al consiglio, oltre all’ammettere che è stato lui a venderci la mappa.

Dobbiamo soltanto prendere Butters e condurlo in una casupola fuori città. Ovviamente è sparito, ma dovrebbe essere ancora all’accademia, come tutti quelli che fanno parte del culto, mischiati con gli altri.

Dopo che finalmente quel maledetto manipolatore leva le tende, espongo i miei dubbi al gruppo.

Ne ho abbastanza di questa storia. Intrighi, vecchi culti e divinità tornate in vita, i loro massimi esponenti che invadono il tessuto sociale della città e i poteri forti. La stessa famiglia Goodman finanzia il culto. Complimenti davvero. Ma noi siamo una povera banda di sbandati, non potremmo mai fermare una organizzazione così vasta e apparentemente ramificata. Ed infatti veniamo costantemente manipolati, ora da Mongard e prima da Aaron Arth e Kaidax, poi chissà. Io non sopporto questa storia e sento più viva che mai la voglia di prendere tutto e tornare nella mia amata foresta. Non siamo in grado di fare nulla. Il mago Erik invece propone di continuare così come altri, sebbene comunque perplessi.

Raggiungiamo l’accordo di portare almeno Butters fuori città e poi decidere sul da farsi. C’è anche il problema delle spie. Il culto sa sempre cosa facciamo ma pare che nessuno di noi sia coinvolto. Anche il mago Alender, dopo i suoi inutili sproloqui e i suoi comportamenti schizoidi, ci ha confermato che nessuno di noi è un traditore, o presenta indizi sospetti. Ci dice che un certo mago eremita in un bosco un po’ distante da Barak Tor potrebbe aiutarci. Inoltre, Arrhenius, un ragazzo umano dell’accademia con cui ho avuto un po’ di problemi, acconsentirebbe a seguirci e darci una mano. Ormai stanchi ci dirigiamo verso l’accademia, pronti a passare ancora una notte accanto ai nostri nemici mortali.

24 xxxx xxxx, mattina

Al risveglio dei miei compagni, facciamo una terribile scoperta. Il corpo del povero Rei è incastrato a viva forza a testa in giù nel gabinetto. Estraendo il cadavere, notiamo che ha ormai il viso schiacciato e la mandibola spaccata. Il responsabile è Butters che ammette implicitamente di averlo eliminato. Senza battere ciglio ci segue verso le casupola, insieme ad Arrhenius…è tutto così surreale e completamente privo di logica. Agiamo come delle marionette, i cui fili vengono tirate da qualcuno che non riusciamo a vedere…

quello che accade dopo, è qualcosa di tremendo. Dentro la casupola ci attendono due persone, evidentemente agenti di Mongard. Fanno sdraiare Butters su un lettino, legando mani e piedi e tracciando un cerchio sulla terra, compiendo un rito magico che dovrebbe impedirne la fuga. Ma è solo una amara illusione. Il resto me l’hanno raccontato i miei compagni, perchè io ho evitato di partecipare al rito. So solo che Butters si è liberato, liquefacendo letteralmente i due che lo tenevano legato e facendo sparire Menhir che lo stava affrontando. Siamo fuggiti nella foresta lungo il sentiero, mentre la casa si dissolveva nel nulla.

Il rifugio [Enharioth, Capitolo I]

Posted in Enharioth, Fantasy with tags , on 28/04/2009 by enharioth

Dopo tanti anni, a volte è necessario. È necessario tornare dove una volta si era vissuto.

Il motivo per cui però ogni cinque anni vago in questa zona sperduta per me è ancora poco chiaro.

Osservo il cielo nuvoloso sopra la mia testa, e poi guardo verso le montagne lontane. Il vento questa mattina si è levato tardi, sorprendendomi qui. La sabbia viene agitata con forza, scagliata nella mia direzione, sferzandomi il viso. Indosso allora il cappuccio del mio mantello, e proseguo lungo la strada.

La strada verso quello che un tempo era la mia città. Quello che un tempo era la mia casa. Ma la sabbia è il fedele servitore del tempo. Delle bianche mura che difendevano la città, ora vi sono solo poche macerie, quasi completamente ricoperte da questo mare ocra che mi richiama a sé.

Se mi lasciassi andare qui, adesso in pochi secondi verrei inghiottito in un caldo abbraccio, e nessuno saprebbe più niente di me.

Ma nessuno ha mai saputo nulla di me. Mai abbastanza da capire chi sono io in realtà.

Ecco perchè sono qui, allora. Perchè sono l’unico che se lo ricorda. Perchè è l’ultimo frammento rimasto della mia vecchia vita. Tutto quello che ero è sepolto in queste mura, per sempre.

Forse ho paura di perdere per sempre questa parte, che ancora mi tiene in vita e mi allontana da un gesto che per molti esperti delle arti oscure è un passo necessario ed estremamente vantaggioso. Ma non ne ho alcuna intenzione.

Mi accorgo dalla desolazione immutata che nessuno è mai tornato qui. Tutti reputano questo posto maledetto o terribile, che neanche le creature malvagie intendono abitare. Qui non c’è niente da decenni ormai.

Proseguo nel mio cammino, e finalmente giungo nel grande tempio, dove ancora qualche struttura resiste. I mattoni sono ormai caduti, ma le colonne lunghe e bianche sono ancora in piedi, come enormi costole dello scheletro di un gigante. Mi dirigo verso quello che un tempo era il sacro scranno, ove il gran sacerdote si sedeva dopo aver celebrato i grandi riti della comunità.

Mi ci siedo, e ancora sorrido, come ogni volta che vengo qui.

Sorrido alla completa assurdità del fato, alla rovina di questo posto, all’aridità della mia anima che questa città rappresenta.

Pulisco la mia tunica nera dalla sabbia e chiudo gli occhi, lasciando la mia mente vagare…

il tempo perde di significato come il vento smette di agitare la sabbia. Il sole ormai è calato, e la luna prende il sopravvento, incapace di illuminare il luogo dove sono rifugiato, protetto dal cadavere della mia città.

D’altronde come potrebbe essere diversamente? I morti mi proteggono sempre. Vero Nycaloth?

Ma nessuno mi risponde. Ci sono solo io.

Riapro gli occhi e respiro a pieni polmoni la fredda notte di questa sera. Guardo verso l’alto, dove uno squarcio nel soffitto mi permette di ammirare l’oscurità del cielo.

Sono qui. Sono qui.

“Parlami padre”, Esclamando nell’oscurità. “Io sono qui!”

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